Il gioco dell’artigiano

maggio 6, 2009 by


Il gioco dell’artigiano from De Vecchi Milano 1935 on Vimeo.

Per chi non è stato all’evento Devecchi – Nel vivo dell’argento – durante il fuori salone 2009

Anticipazioni sul Salone del Mobile

aprile 6, 2009 by

speriamo che il prossimo salone non sia proprio così

A G Fronzoni: il manifesto di Fontana

gennaio 29, 2009 by

fronzoni

Non so quanti anni fa ho visto per la prima volta questo manifeso, né mi ricordo su che libro, però… è una di quelle cose che di tanto in tanto riaffiora nella mia mente. Secondo me è di una potenza incommensurabile.

Vorrei scrivere cosa c’è di geniale in quest’opera, ma continuo a cancellare ogni frase che abbozzo. E’ così evidente, è così leggero, così sintetico, così netto, così poetico alla fine.

E pensare che la leggenda vuole che il personaggio fosse l’opposto della leggerezza, ossessionato dal rigore, dal bianco e dal nero, al punto che persino la sua segretaria doveva vestire di quelle due sole tinte. Questo dimostra che l’importante non è come ci arrivi al risultato, ma che ci arrivi.

Ho fatto un giro in rete cercando più informazioni su A G Fronzoni e c’è pressocché nulla. Un paio di cose da leggere, ma proprio minime, sono questa e quest’altra.

Leggendo la sua biografia ho scoperto una cosa che non sapevo: che ha progettato l’allestimento del Museo Walser di Alagna. Alagna e la Val Sesia sono la meta di tutte le mie vacanze nonché il posto dove ogni tanto sogno di trasferimi; e in quel museo ci sono andato un sacco di volte. E ricordo anche che da qualche parte ho il catalogo; non l’ho mai letto ma ricordo che è un oggetto veramente diverso da quelle pubblicazioni genere proloco o comunità montana. Devo ritrovarlo…


P.S. Questa mattina nel letto mi è venuto in mente un modo per dire cosa mi colpisce così: tanto vuoto, solo bianco e nero, solo un segno… ecco questo in generale mi piace. Salvo che a volte il minimalismo sconfina in stitichezza. Ecco, il lavoro di Fronzoni, e questo manifesto in particolare, invece ha una forza espressiva incredibile.

Gli Specchi di Gabriele De Vecchi

gennaio 29, 2009 by

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Il prossimo martedì 3 febbraio si inaugura la mostra Gli Specchi di Gabriele De Vecchi al Triennale DesignCafé in viale Alemagna 6.

E’ una selezione degli oggetti che il mio papà ha fatto dai primi anni ’60 ad oggi.

Qui sotto metto il testo che Gabriele ha scritto per il piccolo catalogo della mostra – lui scrive ogni volta un nuovo testo, e anche una nuova biografia e bibliografia, è una sua peculiarità, ed è anche il motivo per cui non ci saranno mai una biografia e una bibliografia ufficiali e complete.

Forse è un po’ concettuoso, ma, almeno a me che mastico di queste cose dalla culla, sembra una sintesi suggestiva della sua pratica del design:

Specchi

Produrre beni d’uso non è più un compito dei mestieri artigiani, ma il  pensiero artigiano è ancora attivo e si è convertito alla produzione di beni comunicativi.  Il nuovo ruolo ha richiesto ai mestieri un approccio progettuale rivolto a rintracciare e sperimentare  possibili logiche di relazione tra i materiali e il pubblico. L’attenzione si focalizza sulla pelle dei materiali, incline a sollecitare e soddisfare la mobile e molteplice aspettativa  dei sensi più di quanto possa fare una forma.

E’ questa metamorfosi  che narrano i miei oggetti in argento, un materiale storicamente  usato per realizzare forme. Le tecniche costruttive ancora oggi ripetono gli atti dello scultore, ma l’azione del plasmare la superficie dell’oggetto rivela progressivamente, sotto al biancore  dell’ossido,  lo specchio. L’argento è specchio per vocazione naturale: la sua molecola è riflettente e ogni finitura che non sia lucente necessita di interventi artificiali di carattere fisico o chimico relativamente effimeri. Nell’oggetto specchio ciò che sente la mano non corrisponde a ciò che vede l’occhio. Nel contrasto simultaneo  tra forma reale e immagine virtuale operano l’ambiguità poietica e l’energia cinetica in cui sta la chiave per la costruzione di un possibile rapporto dialogico, di relazione e scambio, tra artefatto e spettatore. Il progetto di ogni oggetto  mira a far giocare i sensi con lo specchio, sperimentando la varietà dei fenomeni:  di trasmissione del raggio luminoso, di riduzione a unità dello spazio reale con quello riflesso,  di moltiplicazione delle immagini reali e virtuali, di trasformazioni anamorfiche delle immagini e del loro cangiare a velocità angolare. Preferisco chiamare specchi e non oggetti i miei artefatti  perché non perseguo innovazione morfologica o tipologica. Forma e tipologia conseguono alla possibilità di produrre  e comunicare immagini imprevedibili in continua  variazione, determinate  dal rapporto d’interazione tra oggetto  e osservatore in movimento.

Gabriele DeVecchi

Io sarò lì, vi aspetto…

Massimo Vignelli 2.0

gennaio 20, 2009 by

vignelli

Non sono il primo, e non sarò l’ultimo, ma segnalo che è disponibile in versione pdf un questo libro: The Vignelli Canon.

Io non ho ancora avuto tempo di guardarlo bene, tanto meno di leggerlo.

Però questa è la presentazione (da questo post, ma ne ce n’è in giro parecchi sia in inglese che in italiano):

Il volume è disponibile per il download in versione PDF dal sito ufficiale del grande designer, ed è scaricabile gratuitamente proprio per superare i limiti della distribuzione tradizionale e raggiungere il maggior numero di persone possibile. Un prezioso libretto di 96 pagine dedicato al ruolo della tipografia nel graphic design.

Un maestro che sicuramente non fatica a trovare un prestigioso editore, sceglie di darsi gratis…. che bella cosa!

DeVecchi AD

gennaio 19, 2009 by
adv_devecchi

da BLUCANNELLA.IT

Questa l’ho trovato qui, grazie al feed reader. Sapevo che qualcosa bolliva nella pentola di questa agenzia, ma non sapevo come e quando.

A me pare molto bella!

Grazie.

Italianità, designer con la penna.

gennaio 12, 2009 by
copertina

da SocialDesignZine

Leggere Italianità, ed. Corraini, a cura di Giulio Iacchetti è piacevole.

Ma la cosa più bella, quando si ha un blog e si ha voglia di scrivere e condividere qualcosa, è che si prende la buona abitudine di farsi un giro in rete a vedere cosa hanno detto altri. Così sono incappato in questo articolo scritto due giorni fa niente meno che per Repubblica niente meno che da Edmondo Berselli. La sua recensione è pregnante e di respiro, come al solito. Mi fa un certo effetto pensare che abbiamo letto il libro nello stesso momento e che a tutti e due è venuta vogla di parlarne.

Mi è anche venuto il dubbio che le mie piccole riflessioni potessi tenermele per me, ma ormai mi sono lanciato..

Prima di tutto di cosa parla il libro:

Marche e oggetti “memorabili” della recente storia italiana, che hanno contribuito a formare la “coscienza visiva” di un Paese: dalla Vespa al Bacio Perugina, dalla Gazzetta dello Sport alla sigla del TG1, ogni oggetto è presentato attraverso un breve testo leggero e personale di un autore ogni volta diverso, e un’illustrazione liberamente ispirata all’oggetto stesso realizzata da Ale + Ale. [dalla scheda del sito Corraini]

da SocialDesignZine

da SocialDesignZine

I miei appunti:

1) Gli autori sono designer o persone che hanno a che fare col mondo del design: il libro è scritto bene! Sono bravi designer e scrivono bene. Non è affatto scontato. Nanni Moretti diceva che chi parla male pensa male. Nel nostro caso chi scrive bene pensa bene.

2) Giulio Iacchetti nel disegnare l’impianto di questo libro si mette in gioco: è un libro che ci si aspetta da un antropologo, da un sociologo, da un giornalista. Non da un progettista.  Nell’introduzione scrive: “Diceva Fernand Braudel che ‘una nazione non può essere che a prezzo di cercarsi senza fine’. Di qui l’idea che se questa ricerca si interrompe, se non si alimenta costantemente l’immaginario del condiviso e del condivisibile, se non si aggiorna con metodo l’annuario dei contrassegni, delle parole d’ordine e dell’essenziale, rischiamo di abbandonare il concetto di nazione nelle mani della retorica patriottarda in salsa nostrana fatta di tricolori appesi al contrario e parole dell’inno di Mameli dimenticate (e dimenticabili) al primo giro di strofa.” Personalmente, come ho avuto modo di dire in altre occasioni, apprezzo molto quando qualcuno mostra la varietà dei propri interessi, o, diciamo l’ampiezza, forzando i limiti di etichette che gli stanno strette.

3) C’è una cosa che mi colpisce scorrendo la rassegna di oggetti, marche, icone raccolte nel libro: mi appartengono più o meno tutte. Eppure, a ben guardare, per ragioni anagrafiche non dovrebbe essere così. Sono troppo giovane per aver condiviso con gli autori alcune delle cose evocate. Ma a guardare ancora meglio alcuni degli autori stessi sono troppo giovani! Lo dice Elisa Massoni, per esempio, a proposito della donna del brodo Star: “E’ un’Italia che non ho conosciuto, che rivivo solo, ancora una volta, nelle immagini delle teche Rai o nel volto radioso di questa misteriosa donna ideale, sorridente su una scatola di dadi dal 1968“. Allora questi contrassegni hanno davvero un forte valore di identità? Chissà se anche per i miei figli avranno ancora un potere evocativo, tra qualche anno?

4) Durante la lettura ho pensato spesso a Elio e le Storie Tese e ai loro testi che attingono a piene mani da questo stesso immaginario collettivo.

Segnalo questi altri due post che recensiscono Italianità:

SocialDesignZine

e Bookmarks

UseLess is More

gennaio 10, 2009 by

Ho tra le mani il catalogo – libro della mostra UseLess is More di Joe Velluto.

E’ un lavoro che fa riflettere. L’idea di fondo mi pare questa: prendo un oggetto, gli amputo delle parti, così da rendere l’oggetto originale privo della sua funzione. Le parti amputate le rimonto generando un nuovo oggetto, che non ha più la funzione originale.

sediaappendiabiti

L’esercizio ruota intorno alla relazione che c’è in ogni oggetto fra la parte funzionale e la parte di significato (senso, lo definisce anche l’autore).

Joe Velluto prova anche a mettere a punto una formula matematica per definire questo procedimento, e l’ipotesi è che

la disfunzione porta ad una perdita

di funzione attraverso contraddizione

e

ad un aumento di valore/senso

In questo lavoro sia Beppe Finessi, che ha curato la mostra e scritto l’introduzione, sia l’autore parlano di un intervento a cavallo tra design e arte.

In effetti dalla prospettiva dell’arte – basti pensare a Duchamp – la sacralizzazione e semantizzazione dell’oggetto è strada già percorsa.

A mio avviso qui siamo invece nell’ambito del design per una serie di motivi:

intanto c’è un’operazione propriamente di progetto nell’intervento di amputazione e di riconfigurazione degli oggetti.

Poi tutto parte non da una critica/provocazione sul ruolo dell’artista – creativo, bensì dallo spaesamento del progettista che dinnanzi all’abbondanza si pone domande ineludibili sui paradigmi del design cercando una via d’uscita – non a caso il nostro Joe Velluto ha scritto il manifesto dell’ Adesign

Poi perché in qualche modo il ragionare sul rapporto funzione/significato inventa o perlomeno promuove una nuova tassonomia valida propriamente per gli oggetti. Ci sono due opere nella mostra emblematiche di ciò: il crocefisso e il souvenir. Questi sono due oggetti in cui la funzione è nulla e il significato è tutto. Perciò il nostro adesigner non riesce ad amputare nulla; e quando deve riconfigurare un nuovo oggetto è costretto a inventarne uno dal nulla: nel caso del crocifisso crea uno spazio per il raccoglimento, e nel caso del souvenir una sorta di casco per ricordare senza feticci.

tot_crocifisso2

Segnalo questo pezzo su Interni Magazine per approfondire.

Infine, se Useless is More è una provocazione, qualche effetto l’ha sortito, anche nella blogosfera: leggete i commenti spietati sul famoso e autorevole blog dezeen.com.

off line sotto la neve

gennaio 8, 2009 by

dscn6265ridper parecchi giorni sono stato in montagna. è stata una bellissima vacanza. avevo la possibilità di connettermi, ma ho lasciato scivolare via i giorni. ho letto nuovi libri e ho pensato spesso al blog. niente buoni propositi per il nuovo anno, però tanta voglia di andare avanti…


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